Segretariato regionale del Ministero dei beni e delle attività culturali e del turismo per il Veneto

Istituzioni di tutela nel Veneto: storia e attualità

Gli Archivi di Stato nel Veneto

L’Archivio di Stato di Venezia
Istituito il 13 dicembre 1815 con “rescritto” dell’imperatore d’Austria Francesco I come Archivio generale veneto, nella sede attuale dei Frari, l’Archivio di Stato di Venezia conserva le carte prodotte in oltre un millennio dagli organi e uffici della Repubblica veneta, cui si aggiungono anche gli archivi del periodo napoleonico e della dominazione austriaca. Dall’unificazione riceve la documentazione prodotta dagli uffici dello Stato italiano con sede nella provincia Venezia.
L’imponente patrimonio di oltre 60 chilometri di scaffalatura e svariate centinaia di fondi archivistici non documenta solo la storia della Serenissima e dei territori che le appartenevano (Terraferma, Istria, Dalmazia e isole del Levante), ma di tutto il mondo che intratteneva con Venezia fitte relazioni diplomatiche e commerciali Rappresenta, dunque, uno dei maggiori istituti di conservazione d’Europa e una delle mete più importanti ai fini della ricerca storica internazionale.

Gli Archivi di Stato negli altri capoluoghi di provincia: Verona, Vicenza, Padova, Treviso, Rovigo, Belluno
All’indomani della promulgazione della legge archivistica del 1939, destinata a regolare la materia fino al 1963 e che per prima dispose la presenza degli Archivi di Stato a livello di circoscrizione provinciale, vennero istituiti nel Veneto gli Archivi di Stato di Verona (1941) e Vicenza (1943), probabilmente attivi solo a partire dall’immediato dopoguerra. Seguirono Padova (1948) e Treviso (1958, ma funzionante solo dal 1969); quindi Rovigo (1964, aperto nel 1967) e Belluno (1973, funzionante dal 1976). Da ultima venne istituita nel 1974, ma iniziò l’attività solo nel 1990, la Sezione di Archivio di Stato di Bassano del Grappa, afferente all’Istituto vicentino.
La legge affida agli Archivi di Stato il compito di raccogliere, conservare, rendere fruibili e valorizzare i documenti prodotti dagli uffici dello Stato italiano, nonché delle precedenti dominazioni veneta, napoleonica e austriaca, aventi sede nel territorio provinciale. Partecipi attivi della vita culturale delle rispettive città e province, questi Istituti archivistici sono ineludibili punti di riferimento per la ricerca storica, non solo locale.
Il patrimonio che conservano presenta, accanto a rilevanti specificità, alcuni tratti comuni: gli archivi civici antichi (Verona, Padova e Treviso), quelli delle corporazioni religiose e laicali soppresse, gli archivi notarili, quelli degli antichi estimi territoriali (Verona, Vicenza, Padova e Treviso) e del cessato catasto austriaco.
Gli Archivi di Stato di Venezia, Treviso e Belluno sono ospitati in compendi demaniali di straordinaria rilevanza architettonica ed artistica.
L’attività, le sedi e il patrimonio documentario degli Istituti sono illustrati in dettaglio nei rispettivi siti web, raggiungibili facilmente dal sito della Direzione generale degli Archivi.

Le biblioteche storiche nel Veneto

La Biblioteca Nazionale Marciana
La Biblioteca Marciana (cioè la Libreria di San Marco, patrono e simbolo dello Stato Veneto) venne istituita dalla Repubblica veneta in seguito alla donazione, nel 1468, di codici, manoscritti e opere a stampa del cardinale Basilio Bessarione. Solo nel 1537 fu possibile iniziare la costruzione della Libreria, su progetto di Jacopo Sansovino.
La Biblioteca, in seguito, si arricchì con molteplici donazioni e lasciti; con le opere pervenute per obbligo di stampa, imposto dalla legge veneta del 1603 (la più antica in Italia); con i trasferimenti, verso la fine del secolo XVIII di parte delle biblioteche di alcuni monasteri (Santi Giovanni e Paolo di Venezia e San Giovanni di Verdara di Padova); quindi, nei primi decenni dell’Ottocento, con la concentrazione di parte delle biblioteche degli enti religiosi soppressi dal governo napoleonico.
Nel 1811 la Marciana fu trasferita in Palazzo Ducale, per rimanervi fino al 1904, quando venne ospitata nell’edificio della Zecca (dove si coniavano le monete della Serenissima), anch’essa progettato dal Sansovino tra il 1537 e il 1547 e contiguo alla Libreria, che la biblioteca riebbe nel 1924, oltre alla Zecca e a parte delle Procuratie Nuove, a costituire il complesso attualmente occupato.
L’odierna dotazione di circa 13.000 manoscritti, molti miniati, di circa un milione di volumi a stampa, tra i quali 2.883 incunaboli e 24.055 cinquecentine, è di fondamentale importanza per gli studi sulla cultura greca, la storia veneta e l’editoria veneziana.

La Biblioteca universitaria di Padova
La Biblioteca universitaria di Padova, la più antica tra le biblioteche universitarie italiane, venne istituita nel 1629 dalla Repubblica di Venezia di supporto allo Studio patavino. Dalla prima sede, il convento dei Gesuiti presso Pontecorvo, già nel 1631 fu trasferita nella prestigiosa Sala dei Giganti nel palazzo prefettizio di piazza Capitaniato, dove rimase fino al 1912, quando passò nell’attuale sede attuale, la prima in Italia costruita appositamente per uso bibliotecario, su progetto dell’ingegner Giordano Tomasatti.
La biblioteca si arricchì prevalentemente con le opere provenienti dal deposito obbligatorio e, nel Sei e Settecento, con l’acquisizione di biblioteche private dei professori dello Studio: notevoli, tra le numerose altre, quelle del famosissimo medico Giambattista Morgagni e del naturalista Antonio  Vallisneri. Nel primo Ottocento vi affluirono in notevole quantità manoscritti e libri a stampa provenienti dalle biblioteche di circa 40 case religiose soppresse.

Le biblioteche storiche non statali
È presente, nel territorio della regione, un cospicuo numero di biblioteche storiche comunali, afferenti alle città capoluogo di provincia e a molti altri comuni di rilevante importanza.
La maggior parte di esse è stata fondata nei decenni centrali dell’Ottocento, talvolta su preesistenti, analoghe istituzioni del secolo precedente. Fa eccezione la Biblioteca Bertoliana di Vicenza, istituita all’inizio del Settecento con la donazione di tutti i propri libri alla città da parte di Giovanni Maria Bertolo, giureconsulto della Repubblica veneta.
Tra le biblioteche di fondazione ottocentesca si ricordano le civiche di Verona, Padova, Treviso (1847) e quella dell’Accademia dei Concordi di Rovigo (aperta al pubblico nel 1836, ma operante ancor prima per i membri del sodalizio). Di più recente (1933) istituzione la Biblioteca civica di Belluno.
Antichissima è, infine, la Biblioteca capitolare di Verona.

a cura di Eurigio Tonetti

Musei statali del Veneto: alcuni appunti

Il museo archeologico nazionale di Venezia
Il primo nucleo del Museo archeologico nazionale di Venezia è costituito dalla collezione del patriarca di Aquileia, monsignor Grimani: l'anno 1587 egli decide di offrire in dono alla patria la sua vasta collezione di antichità, specificando che le stesse devono essere sistemate "in un luogo pubblico... proportionato a tale effetto", per essere viste da cittadini e forestieri: il luogo scelto fu "la libreria et Schola vicina", cioè l'antisala della Libreria Marciana.
L'allestimento originale (che al giorno di oggi avrebbe un interessante valore di testimonianza, quale fossile museale) è stato sconvolto negli anni 1920 – 1930; nello stesso periodo sono stati rimossi anche tanti restauri cinquecenteschi delle opere, secondo una prassi che oggi non è considerata più idonea.

Il museo delle Gallerie dell’Accademia
Le collezioni delle Gallerie dell’Accademia (rifondata nell'attuale sede nel 1807) sono iniziate a scopo didattico già nella vecchia sede dell’Accademia di Belle Arti, attiva dal 1750 presso il Fonteghetto della Farina a San Marco. Sono state ampliate nel primo Ottocento attraverso gli acquisti di dipinti appartenuti ai conventi e alle magistrature veneziane, enti soppressi dopo la conquista napoleonica (1797). In tal modo viene salvata una piccola parte del patrimonio artistico della città, in un torpido contesto storico che ha visto gran parte delle opere prendere la via della Francia, dell'Accademia di Brera, oppure disperdersi sul mercato antiquario.
Ne fu nominato conservatore Pietro Edwards, già responsabile delle pubbliche pitture dal 1778 fino alla caduta della Repubblica, che ha collaborato con tutti i governi succedutisi nel periodo.